Delirio Impressionista

Scegliere un pezzo da condividere è una missione molto difficile. Considerando la mole di parole, soprattutto in versi, che ho lasciato ovunque nel mio cellulare, sul mio computer e in giro per casa mia, pensavo che sarebbe stato facilissimo. Ma, un po’ come quando si deve scegliere una serie su Netflix — metafora che ho preso in prestito di seconda mano, perché io non guardo serie — scopro, solo ora, che nulla di quello che ho è pronto ad uscire da dove sta.

Non che non si tratti di cose significative per me, ma la loro lettura, se non sei me, non può che risultare in un’esperienza abbastanza insolita. Potrei scrivere di me, delle mie emozioni, dei miei successi e fallimenti in amore, le cose che sento il bisogno di dire a qualcuno — che sono quasi sempre legate al punto precedente —, ma mi annoio a morte soltanto ad immaginare di dover rileggere quanto scriverò.

Poi, quando stavo per arrendermi, mi è venuto in mente un piccolo testo che ho scritto una volta di getto. Non è in versi e, di fatto, non parla di niente. O forse parla di qualcosa ma io non ho ancora capito di cosa.

Si tratta di un piccolo esperimento che ho condotto ormai anni fa, mentre viaggiavo in autobus. L’idea è semplice: provare a catturare tutte quelle impressioni e sensazioni iniziali, prima che la ragione le processi. Non di certo una cosa innovativa. Per me lo era.

Il fatto che io sia alle prime armi con la scrittura e che, per questo motivo, il mio modo di affrontare il processo creativo sia ancora molto lontano dall’ottenere la sicurezza che sento di avere invece con la musica, potrebbe rendere ancora più efficace l’esperimento. Nei primi approcci si trovano degli elementi ingenui ma sinceri che poi mi sembra spariscano sempre. Forse, per questo, le opere di una persona che non padroneggia un’arte sono le più onestamente sperimentali.

Ho letto Punto, linea, superficie di Kandinskij e mi ha molto colpito la distinzione, che viene spesso evidenziata, fra senso esterno e interno di un elemento visivo.

Ho provato in qualche modo ad impigliare fra le lettere il senso interno, sperando che Kandinskij non si sbagliasse, che esista effettivamente una corrispondenza comune a ogni lettore, e che la mia foresta di simboli non sia, in verità, soltanto un plastico di compensato.

Il testo potrebbe apparire come un’ostentazione sfacciata del mio vocabolario, se non fosse — e ci tengo a specificarlo — che le parole sono spesso poste in luoghi che non hanno nulla a che fare con il loro campo semantico. Alcune parole non esistono nemmeno. Inoltre non ho fatto assolutamente caso alla grammatica, alla sintassi, o a qualsivoglia regola di buonsenso pur di catturare la sensazione. Può sembrare un modo patetico per sollevarmi da ogni responsabilità. Forse lo è.

Mostrandovi i collegamenti istantanei fra parole che il mio cervello crea sto in un certo modo mostrando un mio lato nudo e debole. Come se a scrivere fosse il me di otto anni, che usava le parole più per assonanza e probabilità che per effettiva conoscenza del termine.

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DELIRIO

Riley camminava lento e perverso in una nuvola d’ombra. Non è forse questo il destino che mi concedo? Io sono Dio. Io decido per me. O meglio, non esisteva un Dio più importante, per il giovane Riley, che quello insito nelle sue scelte. La Felicità. La sua felicità era Dio.

Ma, lo sai caro lettore, le decisioni e i giudizi non nascono mai da un singolo pensiero, e in momenti altri quel Dio Felicità veniva prolissamente affiancato da una schiera di insoliti chimerici statuoni panteisti. I raggi del sole lo facevano sentire maledettamente bene. Dio era, di colpo, ora, anche nelle più insolite e piccole sfumature della sensibilità. L’ottica demente di Riley, l’ottica alogica dell’uomo gli faceva distinguere chiaramente l’euforia incontrollabile e il senso ultimo di un Dio nell’odore secco e pietoso della calcerizia bianca, nel suono sommesso, ondulatorio, del sottostante rumore bianco, che tutto allagava, in una parola.

Non aveva senso. E un secondo dopo, macché, un millisecondo, attimo…

Nulla. Niente. Zero. Non era rimasto impresso. Sparito. E Riley continuava a camminare sulle piastrone gessose e ruvide. Ancora… e, Ancora.

Un anno ormai dicono i calendari: trascorso lentamente. Un fulmine, il flash di una vecchia fotocamera… si sono svolti dodici mesi. Riley, che tiene sempre un calendario puntuale, stampato sulle irregolarità della sua corteccia cerebrale, sa bene che un anno se n’è andato. Ma se n’è veramente andato? Lo so, sì. Certamente se è passato… o così mi dicono. Così dice la carta. No. Non lo so.

Man mano che si andava immergendo nelle acque, in vorticosa cascata, del suo etereo passato, tappeti intessuti di campiture colorate lottavano sovrapponendosi in un intrico senza un perché. L’odore pungente e iracondo della vernice viscosa, a flutti gorgoglianti di gioia, mangiava la sua faccia, sotto agli occhi, nella mente.

E camminava, in pace, Riley, o, per essere più precisi, il corpo di Riley camminava. La sua coscienza era impegnata nelle imprese artificiali della memoria, ove si compiaceva della sua abilità recuperativa.

L’aria profumava di quiete, il suono ambientale era aereo, udito e olfatto divenivano una cosa sola. I freschi arbusti riposati erano avvolti, come ogni cosa materiale, in un abbraccio di risoluzione obbediente. Andava come doveva andare. Così sentiva egli. Ne era certo. O, in fondo, non aveva nessuna importanza. L’umida alba sonante, sapientemente mischiata a caso alle foglie, entrava nella sua mente, attraverso le narici. Si sentiva risolto. La gara era finita. Era felice. Gioioso ma di una felicità frizzante, sconcia e brillante di fervore, di stelle bianche. Sì.

Mille luci. Mille, sì. Mille sprazzi di squallidi sistri vibranti. Centinaia almeno di magnifici, magniloquenti, immaginifici cantori. Riley notava intorno a sé un sempre più nutrito cielo stellato, costituito da una moltitudine vivace e quasi dialogante di lanterne dalle forme goffe a baccello e dalle luci fioche e di un giallino crema decisamente invecchiato.

Appariva di colpo, flash dopo flash, in un imprevedibile noioso tappeto trapunto di vitali creature morte. Artificiali. Ecco.

…che un ponte, uno shangai di metalli intorcolati, pesantissima ed imponente massa sopra ad un gelido e nero blu piano in fiumana, portante, montante su cui tutte le sorti di innocenti vertono, poggiano… stia su, in posizione, immobile ed obbediente sotto Newton solo in funzione di formule didattiche e cigolanti su fragili foglie bianche, questo…

Riley lo aveva sempre trovato normale e scontato. Giustificato senz’altro. E se è giustificato, può non essere certamente vero?

 

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CONGEDO

Se possedessi una macchina in grado di condividere via usb le mie emozioni, potrei affermare con certezza che quanto ho scritto è comprensibile almeno per qualcuno.Ma, non possedendo nulla del genere, mi devo arrendere al fatto che certe cose forse non possono avere senso, se non per chi le realizza. Mi chiedo a questo punto se si tratta di una ricerca vana.Sembra un po’ triste che fra tanti racconti personali, alcuni dei quali creano ancora qualche frana dentro di me quando li leggo, io abbia scelto proprio questo: il più impersonale di tutti. Lo sembra ancora di più considerando il proposito di chi lo leggerà. Ma forse in qualche modo — e lo spero — il mio non riuscire a trovare un senso nel condividere i tasselli più profondi è a sua volta un tassello profondo. Forse la parte importante di questo testo non è il suo fulcro centrale, ma la sua premessa. Forse no.

Giudica tu.

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