Vorrei che tornasse la primavera

«Vorrei che tornasse la primavera» pensa M. guardando sulla strada attraverso le tapparelle. «Ad agosto si suda e si dorme, bisogna ricordarsi di bere tanta acqua. Ma non ho voglia di bere e non ho voglia di mangiare, aspetterò ancora un po’. Starò qui a guardare fuori dalla finestra, prima o poi passerà un’ambulanza, e io giocherò a immaginare chi ci sia dentro, quanto stia male, se ha qualcuno accanto che gli stringe la mano, se è un uomo anziano che ha avuto un attacco cardiaco — l’ha trovato la moglie e ora si cruccia, lei era fuori ad innaffiare i garofani… o è un bambino diabetico, certi bambini che mangiano troppe caramelle e hanno i denti tutti marci e sorridono sempre. Ha avuto un attacco di glicemia, un padre distratto, una nonna smemorata.»

Un dubbio la assale: «Chissà quand’è l’ultima volta che hanno tagliato il prato? C’è odore di secco nell’aria.» Si assesta la vestaglia e si aggiusta gli occhiali. La casa, buia, al piano terra di un condominio di periferia sta insopportabilmente in silenzio.

 

M. guarda il gatto e il gatto guarda lei, sta pensando a quando da giovane saltava fin su dietro i mobili della cucina, ma lei non lo sa. Lei pensa la giudichi, per guardare il mondo da dietro quelle fessure. O meglio, pensa che tutto sommato gli vada bene avere compagnia, anche se forse anche lui vorrebbe stare un po’ da solo, leccarsi la coda senza che nessuno sia testimone, bere dai piatti nel lavello, farsi le unghie sui mobili, ma che non potendole parlare, si limiti a guardarla. E tanto basta per sentirsi un po’ in colpa.

 

Qualcuno ha suonato. Qualcuno ha suonato alla porta. Deve non averlo sentito, ma ora avverte che certe frequenze stridule rimbalzano ancora sulla carta da parati. Sono i vicini, sì, sicuramente sono loro. Vengono la domenica a farle compagnia, il figlio la guarda dare da mangiare al gatto, si tappa il naso e dice «Che puzza, che puzza», ma non distoglie lo sguardo: analizza curioso ogni gesto, mai sazio, nevrotico. M. sente che sotto sotto è un bambino viziato, come tanti bambini, uno che piange quando cade e si sbuccia il ginocchio giocando al parco, che è goffo e maldestro e non mangia le verdure — quelle verdi, soprattutto quelle verdi. Gli darà una caramella, non ci si può fare molto.

Entrano e prendono posto, qualcuno ha già acceso la tv — forse lei stessa, non ricorda — e il caffè è già in tavola. Mediaset è un brusio, un sottile mormorare che sa di sciroppo di fragole e autoabbronzante. Mediaset sono i sogni che fai al mare, in spiaggia sullo sdraio. La madre dice «Come stai? Tutto bene?» ed è sincera nel suo interesse, pensa, la madre: «Mobili di legno scuro non aiutano a farti sentire a casa, ma fa troppo caldo per alzare le tapparelle. Si vive come talpe ad agosto, o come lumache e non ci si può fare nulla. Però è bello vedersi e parlare, ci si scorda che stiamo tutti sudando assieme, ci si scorda del governo e delle poche ferie rimaste. Sì, è bello parlare nella sera e aggiungere le proprie voci a quelle delle cicale, è bello guardare la tv e vedere quell’attore americano di serie B fare il ranger, ché presto è settembre e io vorrei tornare al mare.»

Ci sono tante voci e tanti discorsi, ma nessuno vale davvero la pena scriverlo qui.

Pian piano si alza la brezza che arriva dal fiume e porta sollievo: un attimo di silenzio, un sospiro collettivo. Il padre dice: «Questo governo non arriverà a Natale», la madre annuisce e aggiunge con sarcasmo: «Forse neanche prima di Natale». M. non vorrebbe dire nulla, lei l’ha votato, questo governo, e anche quello prima e quello prima ancora. Lei ci ha creduto. Li ha visti tutti, i suoi conduttori preferiti, i suoi presentatori, quelli che le fanno compagnia la sera, quando guarda fuori dalla finestra, li ha visti con occhi scintillanti proclamare il proprio voto. Sembravano bambini appena svegliati da un bel sogno, minatori davanti a faglie di diamanti. E lei ci è cascata, ma non se ne fa un cruccio. Il mondo è pieno di sogni e a volte si sogna quello sbagliato, tutto qua. Tanto il governo non ha neanche toccato il suo mondo fuori dalla finestra. La madre e il padre parlottano piano di politiche economiche e di relazioni estere, fitto fitto, con parole competenti, da classe media.

Lei guarda il gatto, guarda il bambino: diamogli da mangiare, dai, vieni qui.

E così mentre l’umidità sale e porta odore di sassi di fiume, il bambino si alza dopo aver ascoltato pazientemente il discorso dei grandi e fissa curioso nel punto dove sa già che andrà la ciotola del cibo. M. apre una bustina e il gatto inizia a miagolare, a girare intorno alle sue gambe: canta per lei, dice al bambino, e ride della sua stessa battuta. Il gatto salta sul tavolo, la ciotola davanti a lui e inizia famelico a leccare il paté di tonno.

M. con un gesto rapido e secco afferra il polso del bambino e gli sussurra:

Non ci fu seguito a queste parole, né ora né mai. E il bambino certo non poteva che annuire, forse per cortesia, forse per innata gentilezza. Pian piano i discorsi si esaurirono e decisero che era ora di andare, presero il bambino per mano, salutarono e accarezzarono il gatto. Negli occhi M. poteva vedere che pian piano stava diventando un fantasma: la guardavano come se fosse trasparente, come se volessero assorbire con gli occhi ogni centimetro della superficie della sua pelle. Presto sarebbe morta e non sarebbero rimasti che raggi di tapparella, ma non oggi, non domani. Se morirà, morirà d’inverno, quando scende la neve e il sole è debole e non entra più dalla finestra.

Quella notte la finestra era aperta e non riuscendo a dormire il bambino scese il letto a castello e scavalcò il davanzale. Fuori era fresco e c’era odore di erba secca. Si sdraiò e iniziò a sforzarsi di guardare le stelle, anche se la luce assordante di quella periferia le nascondeva allo sguardo.

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