Vertigine esistenzialista
Sento un disperato bisogno di riposare.
Rilasso le membra, inspiro ed espiro profondamente e tento di staccare la spina ai miei pensieri, così da non dover combattere pure mentre dormo. Chiudo gli occhi, rimanendo immersa nel nero più totale.
Quando li riapro, di fronte a me si delinea un paesaggio mozzafiato, un locus amoenus che credevo potesse esistere solo all’interno delle opere letterarie. Il luogo in cui mi trovo è un giardino verdeggiante, attorniato da alberi, da cespugli di rose e di lavanda, con al centro un laghetto dalla forma irregolare sulla cui superficie galleggiano fiori di loto e germani reali.
Desiderosa di esplorare ogni angolo di quel paradiso, mi metto a camminare, continuando ad ammirare estasiata il quadro variopinto di cui ora faccio parte, finché la mia attenzione non si focalizza su un salice piangente le cui radici si sviluppano nell’acqua dolce. Una di loro è abbastanza grande da potermici sedere sopra, perciò approfitto dell’occasione. Scosto delicatamente i rami dell’albero e mi ritrovo sotto a una pioggia di foglie. Mi accomodo sul legno e ammiro la superficie del laghetto, su cui viene rispecchiato il mio volto.
Non appena la sfioro con un dito, noto attraverso il riflesso che dietro di me è comparsa una persona. Mi volto di scatto e la visione che mi ritrovo davanti mi fa trattenere il fiato: una ragazza con boccoli dorati, occhi cerulei e una tunica di lino mi fissa divertita, ma al contempo con una calma quasi allarmante.
— Che c’è, non hai mai visto un angelo? Aspetta, non rispondere, perché anche se negassi non ti crederei lo stesso. Laggiù, sulla Terra, siamo raffigurati in una miriade di opere d’arte, appariamo meravigliosi, eleganti; per carità, non tanto quanto lo siamo in realtà, però posso dire che questi artisti ci sono andati vicini.-
Io la guardo stranita, ma mi ritrovo a pensare che effettivamente rappresenta l’idea che mi ero fatta di un angelo, anche se la sua parlantina mi destabilizza un po’. Lei sospira, mentre la sua bocca si piega in una smorfia.
— Ora veniamo al dunque — dice, facendosi improvvisamente più seria. — Vedi il sole? — chiede ironicamente, accennando all’orizzonte. — Una volta che calerà del tutto il giorno finirà e insieme a lui la tua vita.-
Sento una fitta trafiggermi lo stomaco. Come può qualcuno comunicarti la fine dei tuoi giorni in modo così diretto? Per lo più, nonostante sapessi che sarebbe giunto presto il momento, non mi aspettavo certo che lo venissi a sapere così, adesso, e per giunta da un angelo.
— Quindi sei qui per dirmi cosa fare per salvarmi?
— Oh, sfuggire alla morte è impossibile. C’è qualcosa, però, che puoi fare per determinare ciò che viene dopo; con questo intendo dire che dovrai affrontare un percorso di purificazione per accedere al Paradiso.-
— Come nella Divina Commedia?
L’angelo alza gli occhi al cielo.
— Se proprio la vuoi mettere così. Comunque, non è previsto che tu sappia a quali tipologie di prove andrai incontro; ti basti sapere che la prossima tappa si trova su quel sentiero laggiù. Il tuo obiettivo è quello di raggiungere la fine entro il tramonto, oppure ogni tuo sforzo sarà stato vano.-
Detto ciò, indica una strada sterrata dietro di me, che a un certo punto prosegue all’interno di una foresta.
— Il sentiero sarà sempre lo stesso, perciò non dovrai fare altro che procedere dritta. Superata una prova, ti sarà concesso di proseguire e di raggiungere la prossima, e così fino alla fine.-
— Come faccio a sapere quando avrò terminato il percorso?
— Tranquilla, ti assicuro che lo capirai una volta che ti troverai lì.
Prima che potessi anche solo aprire bocca, era sparita nel nulla.
✦ ✦ ✦
Mi ritrovo a dover decidere il mio prossimo passo e, anche se avrei preferito rimanere a contemplare questo giardino ancora per un po’, decido di alzarmi e di intraprendere il tragitto mostrato dall’angelo. Non so di preciso cosa mi spinga a incamminarmi, ho solo il presentimento che se quanto detto si rivelerà veritiero, il posto in cui finirò sarà ancora più bello di quello in cui sono ora.
Raggiungo in pochi minuti l’entrata della foresta e finisco per esserne risucchiata. Attorno a me non vedo che alberi folti e cespugli di more. Persino il cielo pare inesistente. Volgo lo sguardo al terreno e noto un biglietto. Sopra c’è scritto: ti amo. Non appena lo raccolgo, mi trovo davanti Marco. Senza neanche accorgermene, le lacrime iniziano a colare dagli occhi come la cera di una candela accesa. Corro da lui e provo ad abbracciarlo, ma è come se fosse fatto d’aria.
Arrivo a comprendere che si tratta del primo step. Ma cosa potrà mai volere da me? Cerco una risposta guardandomi attorno, poi guardando lui, tutto invano. Improvvisamente mi ricordo del foglietto che stringo ancora fra le dita. Lo giro e leggo la parola: egoismo.
Mi ci vogliono alcuni minuti, ma alla fine ne realizzo il vero significato. Quella parola rappresenta la nostra storia e il modo in cui mi comportavo nei suoi confronti. Ero sempre troppo concentrata su me stessa per degnarlo dell’attenzione che meritava, credevo che da sola sarei stata meglio, che avrei risolto tutti i miei problemi. Gli ho addossato una colpa non sua e ho compreso di amarlo solo troppo tardi.
— Scusa — dico a bassa voce, senza riuscire a guardarlo negli occhi.
— Scusami — ripeto, questa volta fissandolo e alzando il tono di voce. — Non mi sono resa conto del male che ti ho fatto.
Anzi no, lo sapevo, sarebbe da ipocriti dire il contrario solo per sembrare meno colpevole; ne ero consapevole e ho ignorato il problema, protraendolo per pura superbia, per sentirmi al di sopra di tutto e tutti risolvendolo da sola e condannando te perché mi sentivo sbagliata. Ti ho fatto del male per preservare me stessa, me ne sono andata dalla nostra casa, pensando che in tal modo avrei sistemato quella parte di me che si era rotta in tanti piccoli pezzi.
Mi mordo il labbro per fermare le lacrime, che ora stanno scendendo pure dagli occhi di Marco. Vorrei asciugargliele, ma so dal mio precedente tentativo che non ci sarei riuscita.
— Ma come sai bene non è stato affatto così. Perché tu tentavi ogni singolo giorno di aiutarmi, ma io non ne volevo sapere. Non ho fatto altro che essere cieca e sorda. Perciò ho sbagliato, so che non sarà mai abbastanza, ma mi dispiace.
A questo punto, sul volto di Marco si dipinge un sorriso pacato.
— Il tuo pentimento è sincero, sei libera di proseguire.-
E, prima che possa battere ciglio, è già svanito.
✦ ✦ ✦
Nonostante sia alquanto provata, ricordo a me stessa che non c’è tempo da perdere e proseguo fino ad arrivare alla fine della foresta. Ora che riesco a vederlo, controllo la posizione del sole: si trova più in basso rispetto all’inizio e il cielo si sta colorando di rosa. Mi restano ancora un paio d’ore.
Quando mi volto, noto immediatamente una grotta. La via continua al suo interno, perciò non mi resta che varcarne la soglia. Mi ritrovo in una cava argentea in cui stalagmiti e stalattiti di dimensioni diverse creano un effetto ottico particolare. Tutto è silenzioso, si percepisce solo la dolce melodia provocata dalla caduta delle goccioline d’acqua.
Mentre tento di capire cosa fare, inciampo e cado sul pavimento gelato. Mentre sono a terra, mi assalgono molti dubbi che fino a quel momento ho represso: magari è tutto inutile, non riuscirò mai a raggiungere la meta per il tramonto, o forse è solo una bugia, gli angeli non sono reali e io sono qui a compiere sfide assurde solo perché mi trovo in un dannato sogno, o meglio, in un incubo.
Mi rialzo con i palmi doloranti. È a quel punto che lo vedo: un anello dorato è infilato in una sottilissima stalagmite. Tuttavia, non si tratta di un gioiello qualunque, bensì dell’anello di fidanzamento che mio padre ha regalato a mia madre, decorato con dell’ambra. Un attimo dopo una mano lo preleva e se lo mette al dito. Strabuzzo gli occhi nello scoprire che è proprio lei e che mi sta osservando, cauta. Sento la rabbia ribollire in me, tanto forte da farmi digrignare i denti.
Avrei dovuto aspettarmelo, penso.
— Ciao — mi saluta lei timidamente.
Io la fisso seria. Cosa vuole che le dica? Non riesco neanche a parlare, sto semplicemente lì, in piedi, con i pugni serrati.
— Per favore… — esordisce, protendendo una mano verso di me.
Quelle due parole, così semplici ma allo stesso tempo artefatte, mi fanno scoppiare.
— Per favore? Come puoi anche solo parlarmi dopo quello che hai fatto? Mi hai lasciata sola. Ti chiamavo, non rispondevi. Papà diceva che era tutto okay, ma lo vedevo dai suoi gesti, dal suo sguardo nervoso che qualcosa non andava. Io avevo bisogno di te e tu pensavi solo al lavoro. Eri a una conferenza, o avevi un’altra chiamata oppure non c’era campo. Sempre le solite scuse.
— Non avevamo più nulla — dice, questa volta con la voce rotta.
— Lui si era fidato della gente sbagliata. Aveva affidato tutti i nostri risparmi a un “amico” che gli aveva promesso di investirli nella propria attività. Diceva che avrebbero fruttato nel giro di qualche settimana, “ormai la barca ha preso il largo” esclamava.
Un giorno, però, la finanza ha fatto visita all’azienda, c’erano dei problemi, i conti non tornavano… papà non ha mai più rivisto il denaro. Certo, aveva ancora il lavoro, però non bastava. Non mi è rimasta alternativa se non quella di cercarmi un impiego. Tu avevi solo nove anni quando mi hanno assunta, non potevo raccontarti tutto ciò che aveva portato a quella decisione. Sei sempre stata una bambina sensibile, premurosa, a volte troppo; dovevo difenderti e ho fallito. Era l’unico modo per portare avanti a nostra famiglia, non ho potuto sceglierlo. Ti prego, prova a metterti nei miei panni.-
Guarda a terra, probabilmente perché l’emozione le impedisce di mantenere il contatto visivo.
— E, se puoi, perdonami.-
Rimango spiazzata. Non avevo la minima idea di ciò che fosse accaduto e lo scopro solo quando non posso più fare nulla di concreto per rimediare. Finalmente riesco a capire che l’assenza di mia madre non era dovuta alle proprie ambizioni; al contrario, era stata costretta a lasciarci per permetterci di vivere dignitosamente. Sento che tutto l’odio represso svanisce dentro di me e, essendo l’unica e l’ultima cosa da fare, sibilo un ti perdono a bassa voce, per poi vederla sparire in tante piccole schegge di luce.
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Avendo il presentimento di aver trascorso molto tempo con mia madre, esco di corsa dalla grotta. Di fronte a me si materializza una spiaggia sovrastata da un cielo color corallo. Dalla sabbia appare una figura che pare assomigliarmi in tutto e per tutto. Si avvicina, mi prende la mano, mi guida verso il bagnasciuga e mi fa sedere, accomodandosi infine al mio fianco.
— Ce l’hai fatta, sei arrivata a destinazione e posso affermare con gioia e orgoglio che hai superato ogni prova con successo.-
Fa un respiro profondo e mi invita a fare lo stesso, così da godermi l’aria salmastra per un’ultima volta.
— Ora io ti lascerò qui, per familiarizzare con questa sensazione. Starai bene, vedrai. Non appena il sole toccherà la linea dell’orizzonte verrai spogliata da tutto ciò che è superficiale e ti libererai finalmente da quella… vertigine esistenziale.-
Si copre la bocca con la mano per mascherare una risata, poi mi saluta con un cenno e mi lascia sola in riva al mare.
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E così questa è la fine. Me l’aspettavo un po’ più gloriosa, ma a questo punto non ha alcun senso rimuginarci. In verità, c’è qualcosa di magico e rilassante nell’aria: speranza mischiata a gratitudine.
Rimango seduta comodamente sulla sabbia bagnata mentre le onde solleticano i miei piedi nudi. Il sole sta tramontando e mi ritrovo a pensare che io e lui ci somigliamo: il tramonto di entrambi darà inizio a una nuova era, un giorno talmente prospero da sembrare evanescente. La luce rossastra si mischia al chiarore della stella, che sta per essere inghiottita totalmente dall’acqua.
È con quest’ultima incantevole immagine, che rimarrà impressa nella mia mente in eterno, che lascio questa terra.
